Bach is Back

(Questo testo è stato scritto per il libretto dell’opera “Bach is back” ideata da Redi Hasa, con gli arrangiamenti di Ekland Hasa, testi e cura del progetto di Giorgia Salicandro; la foto è di Fabrizio Lecce. Il documentario “Bach is Back è visibile QUI)

Abbarbicati gli uni agli altri tra pieghe di marmo, santi dallo sguardo latteo e putti con le ali spiegate da secoli accolgono il riverbero di una nota di violoncello. La navata a forma di ellissi, gli altari laterali da cui fioriscono fiori immobili. Tra cappella e cappella, un apostolo affacciato da una parasta come dalla soglia di un altro universo. Sulle rispettive pale d’altare, sant’Agata, sant’Anna, la Madonna della Luce quasi in attesa di entrare da una finestra sigillata sul cielo. Dall’altare maggiore San Matteo sorveglia la scena che si staglia nella settecentesca chiesa leccese a lui dedicata. Non è un rito sacro quello che sta per risuonare tra queste mura, eppure è facile cadere nella tentazione di confondersi…
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Buon viaggio Cecilia Mangini, pioniera del cinema del reale

Si è spenta a Roma all’età di 93 anni. Con la Puglia, e in particolare con il Salento, intratteneva un rapporto privilegiato, non solo biografico, ma segnato nelle memorabili immagini di alcuni suoi film e coltivato, negli ultimi anni, grazie a una meritevole opera di riscoperta del suo lavoro.

(Questo articolo è apparso con un altro titolo su Nuovo Quotidiano di Puglia, 23 gennaio 2020. La foto di Cecilia Mangini è di Joana Ferreira; la ritrae nei giorni della sua ultima visita in Salento, per la Festa di Cinema del reale)

Ha attraversato quasi un secolo di storia, testimone “in presa diretta” della società del Novecento e dei grandi cambi di paradigma che hanno fatto epoca. Aveva 93 anni, Cecilia Mangini, per tutta la vita ha raccontato la realtà dietro un obiettivo, prima con la fotografia, poi con il cinema documentario: era stata la prima donna a rivendicare un posto in quel mondo nel secondo dopoguerra. Infine, negli ultimi anni, tornando a lavorare sulla sterminata mole delle sue opere, anche inedite. Si è spenta giovedì scorso a Roma. Il suo infaticabile impegno, da lei vissuto come un’autentica militanza – in comunione di vita e d’intenti con il marito, il documentarista Lino Del Fra- fanno di lei uno pilastri del cinema del reale in Italia. «Oggi la tensione verso la realtà è più che mai indispensabile» aveva detto in una nostra intervista. Continua

CASA / L’Italia da lontano / Carlo Massarelli, un fandango tra Puglia e Messico

(questo articolo è stato pubblicato su Blogfoolk, 13 aprile 2020)

Nel 1519 fu Hernán Cortés a darle il suo nuovo nome, Veracruz, e a fare del suo porto naturale un crocevia della storia. Da qui, negli anni a seguire, sarebbero passati ori diretti in Europa e uomini e donne africani resi chiavi. Ma se spade e catene hanno scritto il primo suono di questa città incastonata nel Golfo del Messico, il tempo ha saputo adattarne le tracce. Farne una musica, il “son jarocho”, che richiama Spagna, Africa e le antiche memorie indigene locali in un ritmo che è di catarsi e di gioia. Una “lingua franca” da potersi passare in prestito di viaggiatore in viaggiatore, oltre ogni provenienza e direzione: così, cinquecento anni dopo l’inizio di questa storia, il son jarocho è anche la traccia del viaggio di Carlo Massarelli, italiano cresciuto a Sava, in provincia di Taranto, formatosi a Torino, da alcuni anni residente a San Cristobal de Las Casas, rinomata cittadina turistica dello Stato del Chiapas, a sette ore d’auto da Veracruz. «Il son jarocho è un genere unico e straordinario della musica popolare – spiega Carlo – che è alla base di molti pezzi messicani ed è stato esportato anche all’estero. Conosciamo certamente tutti “La Bamba” di Los Lobos: è anche questo un omaggio al son jarocho. Personalmente, anche dato il mio background, lo definirei la pizzica pizzica del Messico, perché tra le varie musiche popolari è una delle più semplici, ma allo stesso tempo tra le più coinvolgenti. Ricordo ancora l’emozione della prima volta in cui mi sono trovato in un “fandango”, una sorta di ronda in cui al posto del tamburello il ritmo è battuto dalle jaranas, le tipiche chitarre del son jarocho: mi sono sentito in Puglia, in uno di quei piccoli paesi del brindisino come Villa Castelli, dove tutti si conoscono e ancora suonano ereditando l’abilità di generazione in generazione, oppure nella magia della notte di San Rocco a Torre Paduli».

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CASA / L’Italia da lontano / “Tarantella dell’emigrante”, da “Songs from the Homeland” di Salvatore Rossano e Santa Taranta

(questo articolo è stato pubblicato su Blogfoolk, 26 febbraio 2020)

«Lu mondë è troppo duro, io qui non c’ho futuro, mi han detto che in Australia la terra è bella. Si mangia e si lavora, i soldi sono buoni, e forse io qui mi sposo una paesana». Un classico del viaggio Oltreoceano nei più classici tra i versi cantati sulla banchina di un porto, o sui minuscoli letti a castello della terza classe per dimenticare il mal di mare. Ma questa “Tarantella dell’emigrante” nasconde in realtà una storia diversa. Le sue origini non si perdono nel gorgo del tempo, l’autore non è un vecchio bracciante con la pelle arsa dal sole, ma un expat degli anni Duemila. Che, pure, ha consumato le suole delle scarpe tra campi, contrade e piccoli paesi, ma con un registratore in mano al posto della vanga. E che attraverso le vite degli altri canta anche la propria.

Lui, Salvatore Rossano, etnomusicologo, dalle ricerche portate avanti tra Europa, Sud America e, oggi, Australia ha tratto pubblicazioni scientifiche ma anche il suo repertorio da musicista. Così è nato “Sonu. Songs from the Homeland” (2019), l’ultimo lavoro firmato da Santa Taranta, la band con base a Melbourne che omaggia chiaramente nel nome le origini salentine del fondatore (cantante e fisarmonicista del gruppo), ma che comprende anche la linguista australiana Hayley Egan (voce) e altri musicisti, chi di ascendenza calabrese, chi argentino.

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Rim Junior 2020, il “Racconto degli italiani nel mondo” passa anche dai nuovi italiani

(questo articolo è stato pubblicato su Immezcla.it, 25 novembre 2020)

«Scavalcando recinzioni puoi raggiungere i tuoi sogni / Devi abbattere quei muri se vuoi costruire ponti / Le parole quelle giuste che non lasciano ferite / Come cure per lottare e migliorare queste vite». Sono i versi del rapper Amir Issaa a fare da portavoce del RIM Junior 2020 della Fondazione Migrantes (Tau Editrice) presentato questa mattina al Festival delle migrazioni. Un volume, scritto da Daniela Maniscalco, pensato per parlare della mobilità italiana ai più giovani, con l’obiettivo di accrescere il loro bagaglio di conoscenze sull’argomento ma anche – forse soprattutto – come strumento di riflessione sul tema più ampio dell’incontro tra culture.

«Non un “rapporto” (come indurrebbe a pensare il prestito della sigla dal RIM originale), ma un “Racconto degli italiani nel mondo”, un viaggio sulle orme di chi è partito ieri e di chi parte oggi, tra concetti essenziali e storie di vita che danno un nome e un volto alla teoria. E però – è questa la specificità del Rim Junior – l’itinerario attraversa anche il Paese abitato dai “nuovi italiani”, che con gli italiani di nascita condividono una lunga storia di migrazione».

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“Ondalunga”, un podcast per raccontare l’Università del Salento ai ragazzi del Mediterraneo

(questo articolo è stato pubblicato su Immezcla.it, 17 novembre 2020)

Nei giorni di cielo terso, aguzzando lo sguardo e con un po’ di fortuna, da qualche punto della costa salentina si scorgono i profili di Fanò e Corfù, le isole greche più vicine alla Puglia. Ma affacciandosi da una qualunque scogliera da Otranto in giù, è ben più facile individuare le montagne albanesi, che svettano a poco più di 90 chilometri in linea d’aria oltre la lingua dell’Adriatico. Talmente vicine, e ingrandite ulteriormente dall’effetto ottico della “Fata Morgana” per la brevità del tratto di mare, che quasi si stenta a credere che quella sequenza di punte bianche sia la catena dei Monti Cerauni e non, piuttosto, una teoria di nuvole che si eleva dall’orizzonte. Per anni, però, tra i bagnanti salentini la vulgata mainstream voleva che a ergersi a un palmo di naso fossero le coste greche, e solo da pochi anni si è diffusa la consapevolezza che si tratta di quelle albanesi. Certo avranno concorso alla confusione le frequenze radio impazzite e, più di recente, i cellulari che già a Tricase o Andrano danno un caloroso benvenuto in Grecia. Ma, forse, a confondere è anche una sorta di eredità culturale, un grande equivoco tramandato per generazioni, che tendeva a identificare l’Albania – questo Paese misterioso, chiuso in se stesso da una dittatura autarchica – con un luogo remoto.

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Camelia Jordana, il premio Cesar volto del Black lives matter l’Oltralpe: «La Francia ha ancora bisogno di un lungo lavoro di decolonizzazione»

(questa intervista è apparsa su Immezcla.it, 21 settembre 2020)

«A scuola studiavo la Rivoluzione del 1789 e il potere di un popolo di tagliare la testa di un re, ma il mio libro di storia non parlava della guerra in Algeria. Non avevo gli strumenti per capire perché venivo da una cultura diversa, così come i miei compagni non capivano perché non ci assomigliavamo. La Francia ha ancora bisogno di un lungo lavoro di decolonizzazione». Camelia Jordana ha sempre il sorriso sulle labbra, un timbro di una dolcezza inconfondibile – del resto deve in parte alla sua voce la sua carriera d’artista, cominciata come cantante una decina d’anni fa – ma le sue parole sono chirurgiche. Sulla terrazza di un piccolo albergo nel centro storico di Lecce, uno Spritz messo da parte a beneficio dell’intervista, riconosciamo facilmente nella ragazza di 27 anni che siede davanti a noi il carattere del personaggio che si è affermato in Francia riuscendo a cucire il volto della cantante pop e dell’attrice in ascesa – premio Cesar come migliore promessa femminile nel 2018 – con l’impegno sociale che ne fanno una delle principali portavoce “locali” del movimento del Black lives matter. La scorsa settimana Jordana è stata ospite di Vive le cinéma, festival promosso da Apulia Film Commission e Regione Puglia che porta nel Sud Italia, a Lecce, una selezione di anteprime nazionali del cinema francese, e con questa anche lo “stato dell’arte” del dibattito sui principali temi d’attualità d’Oltralpe.

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«La nostalgia, risorsa per un nuovo futuro del Sud». Intervista a Vito Teti

(questo articolo è apparso con un altro titolo su Nuovo Quotidiano di Puglia il 18 dicembre 2020)

Non tutti i mali vengono per nuocere, si direbbe a leggere “Nostalgia. Antropologia di un sentimento del presente” (Marietti Editore 2020), l’ultimo libro di Vito Teti, antropologo culturale, docente di antropologia culturale all’Università della Calabria, pilastro della teoria della “restanza”, da sempre attento osservatore del mondo dell’entroterra e dei piccoli paesi sull’orlo dell’abbandono. Un sentimento non certo piacevole, da sempre scacciato per l’aura di cupezza che porta con sé, addirittura medicalizzato, che lo studioso trova al contrario prezioso e generativo al tempo della pandemia che mette in discussione le certezze della contemporaneità, delle migrazioni e dei “legami liquidi”, per citare Bauman. Della complessità della nostalgia e delle risorse che possiamo trarne per far rinascere i territori Teti ha parlato ieri sera, nell’incontro online promosso dal progetto “A scuola per restare” dell’associazione salentina La scatola di Latta.

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Eugenio Barba. I cinque continenti del teatro

(Questo articolo è stato pubblicato con un altro titolo su Nuovo Quotidiano di Puglia, ottobre 2017)

Si può parlare di teatro senza riconoscere lo scricchiolio degli assi di un palcoscenico o comprendere la fatica di un training che si prolunga per ore, si può carpire il senso un’opera teatrale senza muovere lo sguardo verso la platea che la ospita, senza pesare i calcoli dei conti? Un insigne storico del teatro, Nicola Savarese, e uno dei più importanti rivoluzionari del teatro del Novecento, Eugenio Barba, si addentrano nello spazio quotidiano, concreto di chi fa teatro, per restituirne la dimensione autentica, in bilico tra spirito e corpo, arte e mestiere. Continua

Orchestra senza confini. Diario 1

Questo testo è pubblicato su www.orchestrasenzaconfini.it

Il cerchio si compone naturalmente lungo una circonferenza di tamburi e cavi elettrici. Sulle assi di legno della piccola sala prove delle Manifatture Knos di Lecce, un raggio si tende a disegnare le posizioni del nostro approdo qui, ora. Qual è il centro magnetico di questo stare comune? Non lo vediamo, non sapremmo dirlo ancora, eppure siamo già, inequivocabilmente, un planetario: terre diverse che si corrispondono a distanza, allacciandosi l’una all’altra. Una ruota arteriosa ordinata intorno a un ombelico, a un cuore. Continua