TRENT’ANNI DOPO RAGAZZI DI PIAZZA. CHE COSA RESTA DEL SALENTO DI PIER VITTORIO TONDELLI. Quarta parte/Tricase. Una nuova alba

«Andate, ma non lo troverete. Un palazzo a due piani, un lungo balcone, una saracinesca. Sembra una casa privata: lo è. Forse solo il numero civico è lo stesso».

No, in via Spallanzani, a Tricase, neanche il civico è sopravvissuto alla stagione del Tam Tam. Era il 13, ora è il 33. La nostra spedizione a ritroso lungo la storia vertebrale di un decennio si avviluppa su se stessa in giri a vuoto. In via Spallanzani, a Tricase, il silenzio più certo avvolge la notte. Agglomerati ben piantati in terra riposano di un sonno domestico, pesante, nella tranquillità del paese, nella periferia della notte.

Arriviamo in quarta con la radio accesa, due birre chiuse e l’illusione che le nostre presenze da sole bastino a riattivare la storia. Al numero 13 c’è una villetta con una graziosa buca delle lettere. Dal palazzo di fronte si avvicina un uomo, pare esser sceso per gettare la spazzatura. «Il Tam Tam? Non è qua, deve essere quell’altro, sulla strada principale. Un locale di balere, non è così?».

È sabato notte, il 30 luglio 2016, e in via Spallanzani non è rimasta neppure la memoria dei ragazzi dell”86. Restiamo disarmati con le nostre birre e le nostre attese fuori luogo. Solo ora mi rendo conto di aver scelto un vestito inutile all’inchiesta, buono invece per non si sa quale sabato sera. Ripercorriamo come ciechi il subbuglio di anni e numeri civici. Al 33 troviamo la saracinesca, il balcone, e pareti che sembrano rosa alla luce dei lampioni. È lui – tristemente, è lui.

Al tempo del Tam Tam, così si dice, l’uscita di sicurezza valeva più della porta d’ingresso. Qui pagavi il biglietto per salire a bordo del tour, lì te lo giocavi offrendo una sigaretta a Massimo Urbani, a Steve Lacy, agli altri alieni finiti da queste parti. Appena girato l’angolo lo vediamo, il nostro star gate in Anticorodal. Impolverato, la maniglia traboccante di depliant arancioni che chiariscono la nuova agenda: prosciutti, asciugatutto, pacchi famiglia di pasta Divella. Buoni, da soli – come se l’ingresso non bastasse – a raccontare la storia di un disfacimento, una lunga notte scintillante in dismissione. Una resa.

Dall’ultimo sabato al Tam Tam, sono trascorsi venticinque anni.

I weekend in discoteca sono stati un’invenzione degli anni ottanta, sosteneva Pier. E con questo termometro tarato su neon e fari e migliaia di corpi impegnati nella memorabile impresa del proprio storytelling, gli anni Ottanta andò a cercarli anche nel Salento. E li trovò.

A Tricase, a Casarano, la stagione d’oro delle scarpe era iniziata da un decennio. Piccole fabbriche nascono, in pochi anni avranno mille, duemila operai. In settimana si taglia e si cuce, il sabato sera è degli anni Ottanta. Con la macchina di famiglia in prestito – che tanto madri e padri non escono di certo – ci si sposta come falene, dove c’è luce. Il Capo è un unico tessuto reagente. Una farfalla sbatte le ali a Maglie, l’uragano arriva a Leuca, a Parabita, a Scorrano. E poi, chi invece di lavorare ha trascorso gli ultimi cinque anni a capire che cos’è la vita a Firenze, a Padova, e a Bologna nel tempo di un weekend, ha voglia di tornare. Eccolo qui, il gruppo di Carmine Zocco.

«Si poteva fare qualcosa. C’era questo locale dismesso, noi lo prendiamo e lo trasformiamo del tutto. Una cabina di regia fissa, un baretto di fronte, un palco con un fondale che fa da maxi schermo. In tv avevamo visto «Mister Fantasy» di Carlo Massarini, e la cosa ci aveva impressionato. Il palco lo puoi smontare e toh, si trasforma in una passerella, la pista da ballo, con qualche decina di tavolini, diventa una music hall. Eccolo, il Tam Tam. Tutto partì così, pezzo dopo pezzo, in maniera rudimentale».

«Bologna rock dalle cantine all’asfalto» era il titolo di una rassegna nata sulla scia del ’77, capace di richiamare all’appello l’intero firmamento del garage punk. Quando, nell”86, in via Spallanzani si diede corrente agli amplificatori e almeno tre isolati di famiglie intorno ebbero cognizione che la quiete domestica era finita, quella stagione si chiamò «Onde rock», «che era come portarsi dietro un po’ di Bologna, come dire On the road, con questi gruppi che venivano fuori dal reggae, da rivisitazioni rockabilly, dal garage rock. On the road, o se vuoi On the rock».

Ma fu quando arrivò l’onda del jazz, che iniziò la stagione del mito.

«Riuscimmo a entrare nel circuito che passava da Reggio Calabria e da Bari, dove c’erano i locali che contavano. Chi suonava lì, finiva da noi per ammortizzare i costi. Una fortuna. Da queste parti non c’era stato nulla di simile fino ad allora. Il nome cominciò a girare, arrivò gente anche da Brindisi, da Taranto, qualche volta da Bari se l’ospite era autorevole. La rassegna fu seguita dai giornali, Toni Robertini scrisse un bellissimo articolo per il Quotidiano di Lecce – chissà dov’è. E soprattutto, ne scrisse Pier Vittorio Tondelli».

Al telefono, mentre tengo ancora lo sguardo fisso sulla saracinesca di via Spallanzani, Carmine Zocco fa una pausa.

«Avevo letto Altri libertini all’Università. Facevo il militare mentre usciva Pao Pao, le nostre vite sembravano andare avanti in contemporanea. Poi una sera me lo ritrovo lì con Toni e qualcun altro. Domande ne fece, ma avevo l’impressione che gli interessasse soprattutto raccogliere suggestioni. Aspettai l’articolo, presi l’Espresso appena uscì. Era una piccola consacrazione. Avevamo aperto quello stesso anno, in inverno».

Il resto, è storia. Massimo Urbani, Steve Lacy, Lee Konitz, Paolo Fresu, Kassandra Wilson. Persino Chet Baker arrivò al Tam Tam.

Ma la cosa più stupefacente accadde fuori, tornati a casa, finito il weekend. La domenica mattina, il lunedì, persino il venerdì sera fino a notte, il tema divenne lo stesso. Si faceva a gara per procurarsi i vinili, qualcuno iniziò a strimpellare un paio di standard, poi si prese il coraggio del palco. Prima di allora, sorride Carmine Zocco, a Tricase non c’era nessuno che suonasse jazz.

«Ed eccoci qui. Nel ’92 siamo stati sfrattati. Io mi convinco a fare il concorso, inizio a insegnare filosofia. Poi divento anche assessore alla Cultura. Il Tam Tam, invece, diventa un garage».

In via Spallanzani è ormai notte fonda, quando rientriamo in macchina. La telefonata è finita, la nostra notte invece continua. Il 30 luglio a Marina Serra, Tricase, per il terzo anno il Locomotive jazz festival approda qui.

L’aria è turchese e liquida, come uno specchio d’acqua, quando mi sporgo dal muretto che separa la strada dallo strapiombo di roccia. Sulla scogliera, ai piedi del palco, mi sembra di scorgere una migrazione di minuscoli granchi. Teli, birre medie, ciabatte, zampette che si affannano a trovare una concherella in cui annidarsi. Altri, vestiti ancora per il sabato sera, traballano sui tacchi, si accovacciano. Migliaia. Una teoria infinita di segni scintillanti, mentre Raffaele Casarano chiude l’ultimo giro di sax.

«Vedi ciò che conosci», riflette Daniele Coricciati, un secondo prima di scattare. E io riconosco loro, i ragazzi dell”86. Come esplosi dalla storia, portati qui in risacca, granchietti sulla spuma degli anni.

All’ex Tam Tam, accanto all’uscita di sicurezza ingozzata dai volantini, c’è un altro ingresso. Due gradini che danno su un’enorme superficie bianca, nessuna porta. Eravamo rimasti a lungo a fissarla, prima di andarcene. Immobili, nel silenzio della notte, a interrogarci se fosse possibile per gli anni passati migrare lì, a diecimila giorni di distanza, nell’immensa platea di un concerto jazz su una scogliera, all’alba.

Citazioni

P.V. TONDELLI, Il weekend postmoderno, «Uomo Harper’s Bazaar», n. 69, maggio-giugno 1991, ora in Opere. Cronache, saggi, conversazioni a cura di F. PANZERI, Milano, Bompiani, 2001, pp. 619-622.

(Fotografie di Daniele Coricciati; qui il testo pubblicato su Nazione Indiana)