La lingua, l’orologio degli anni zero

Giorgio Vasta. Contro il de profundis della narrativa italiana. E contro la giocoleria.
«La lingua, l’orologio degli anni zero»

 Trovare le parole, esatte, zenitali, senza che la sperimentazione diventi una frenesia sfiancante. Porsi, piuttosto, in ascolto, riuscire a cogliere il ritmo della contemporaneità, decifrarne la lingua madre. È questa la qualità della letteratura che resterà al di là del nostro tempo. Giorgio Vasta ha vista e orecchio allenati. Lui, negli “anni zero” della letteratura si è immerso senza risparmio: ne “Il tempo materiale” (2008, tradotto in Europa e negli Stati Uniti), e “Spaesamento” (2010) ha raccontato una Sicilia ferma e “fuori sinc”; ha condotto una ricognizione della realtà in atto come curatore delle antologie “Anteprima nazionale. Nove visioni del nostro futuro invisibile” (2009), “Presente” (2012), e prosegue nei suoi interventi su “Repubblica”, “il Sole 24 ore”, “il manifesto”, “Minima et moralia”. E sulla questione non ha dubbi: «è la lingua, il vero orologio della realtà».

Da quali voci transita il racconto degli anni zero?

«Non mi appartiene il “de profundis” sulla narrativa nazionale, la posizione di chi sostiene che gli ultimi grandi siano stati Pasolini, Moravia, Morante, Calvino, tutt’al più, in anni più recenti, Tondelli. Credo che ci sia una narrativa contemporanea di grandissimo interesse, e alcuni libri, in particolare, riescano a essere emblematici di questo periodo. Penso a “La gemella H” di Giorgio Falco, una storia che racconta l’euforia del consumo senza cadere in un atteggiamento censorio; “La vita in tempo di pace” di Francesco Pecoraro mostra l’auto-frantumazione della sinistra e la nuova forma di certe borghesie intellettuali italiane; Tiziano Scarpa ne “Il brevetto del geco” fa emergere una voce insolita, dando luogo a un libro commovente, e qualcosa di simile fa Giordano Meacci ne “Il cinghiale che uccise Liberty Valance”. In questi autori la lingua non è pacificata, è usata per mettere in discussione i propri stessi strumenti, e questo mi interessa: è la lingua, il vero orologio della realtà».

I blog letterari sono canali efficaci, oggi, per tenere vitale l’affezione verso la letteratura?

«Senz’altro. Il vantaggio, in questo caso, è soprattutto di rendere il lettore quanto più possibile “autore” delle proprie scelte, e questo è un bene: per un libro non sostenuto dai grandi marchi editoriali, l’unico modo di salvarsi dall’andare in resa è che ci sia un lettore-autore che lo cerchi tra gli scaffali delle librerie. Blog come “Le parole e le cose”, “Doppiozero”, “Minima et moralia”, “Il primo amore”, “La poesia e lo spirito” sono utili per questo, ma valgono soprattutto da palestra per chi scrive o è interessato a scrivere: io stesso ho cominciato su “Nazione indiana”».

Mescolare linguaggi e livelli comunicativi può essere una forma di resistenza alla letteratura mainstream?

«In realtà, quello che fa la differenza non è la scelta di un macroimpianto retorico, quanto il modo con cui ogni singolo autore riesce a cimentarsi nella scrittura. Una nuova possibilità espressiva è un vantaggio in più, ma non è un valore in sé. Il rischio è di fare giocoleria fine a se stessa».

Un fenomeno tipico di questi anni è l’esplosione dell’editoria a pagamento. Una pratica dannosa per la letteratura, o piuttosto un campo aperto per autori sottovalutati?

«Vanity press e self publishing sono utilizzati da chi vorrebbe far parte di certi giri editoriali, ma non viene selezionato, e per questo li condanna. Il mondo dell’editoria, certo, ha molte falle: c’è da domandarsi, ad esempio, se uno stagista non pagato sia in grado di assolvere al delicato compito della prima scrematura dei testi. Comunque sono pochissimi i casi di autori traghettati da un’esperienza all’altra attraverso la via del self publishing. Di certo è cambiata la percezione sociale della scrittura: sono sempre meno i contesti in cui, se racconti ai colleghi che scrivi per diletto, potresti essere preso in giro, e “scrittore” è una sorta di una patente di sensibilità».

C’è un contributo salentino o pugliese alla definizione dello scenario narrativo contemporaneo?

«La capacità di dire qualcosa su un certo Sud e sui suoi appuntamenti mancati, sulla provincia, che a me richiama molto la mia Palermo, è di Nicola Lagioia, ovviamente, ma anche di Cosimo Argentina. In “Maschio adulto solitario” Argentina è riuscito a raccontare Taranto in modo persuasivo e credibile, soprattutto grazie alla lingua, al contempo vitale e malinconica: un libro che continuo a rileggere. Penso anche ad alcuni lavori di Mario Desiati. Ma l’elenco potrebbe continuare».

 

(Questo articolo è stato pubblicato con un altro titolo su Nuovo Quotidiano di Puglia, aprile 2016)